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Il peso delle tasse insostenibile distrugge il lavoro

prezzione-fiscaleL’Italia è sempre più il Paese delle tasse, dove si lavora più per la ‘gloria’ che per portare a casa un reddito effettivo. Mentre il governo Letta è impegnato sul campo delle riforme, che riguardano in primo luogo proprio le tasse (Imu in testa) e lavoro, uno studio di Confesercenti certifica una situazione ormai insostenibile: ogni anno 162 giorni di lavoro servono solo per pagare le tasse. Il che significa che i 162 giorni vengono divorati dalla pressione fiscale. Il Fisco diventa così una gola profonda che richiede sempre più sacrifici ai contribuenti e che, in una condizione di crisi economica e disoccupazione record, potrebbe portare al fallimento definitivo il sistema-Italia. A meno che l’esecutivo non riduca effettivamente il peso delle tasse sulle spalle degli italiani.

La discussione politica principale in queste settimane riguarda, come prevedibile, la tassa sulla casa. Il rinvio della prima rata Imu di giugno 2013 è un primo incerto passo verso la ridefinizione dell’apparato fiscale, ma ancora non è chiaro se e in che forma l’imposta municipale unica tornerà nei prossimi mesi (magari con gli interessi). L’Imu, pur essendo un’ottima fonte di propaganda politica, non è però il primo e più urgente pensiero degli italiani (privati cittadini e aziende), che devono sopportare ogni mese una quantità di appuntamenti con il Fisco tale da scoraggiare anche il più ottimista degli uomini. Il governo, di questo, non sembra rendersi conto, puntando a un deciso aumento della tassazione indiretta (si vedano le sigarette elettroniche o il proliferare dei giochi a premio) per finanziare le sue manovre.

Non si creda, però, che è tutta colpa del nuovo esecutivo Letta, perché l’analisi di Confesercenti punta il dito anche e soprattutto contro una “impressionante avanzata delle tasse locali, frutto del federalismo” tanto sbandierato dal centro-destra. L’obiettivo immediato del governo, a sentire le parole del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, è “ridurre il prelievo fiscale sul lavoro e sulle imprese attraverso la riduzione delle spese e la lotta all’evasione fiscale“. Compito meritevole, ma non bisogna dimenticare le persone fisiche a discapito delle aziende. I numeri parlano chiaro: nel 1990 bastavano 8 giorni per pagare le tasse mentre oggi ne servono 26. Non solo, perché a rincarare la dose arriva la Cgia di Mestre secondo cui, rispetto a soli dieci anni fa, i contribuenti italiani lavorano 17 giorni in più per pagare imposte, tasse e contributi. Nel 2002 occorrevano 148 giorni per raggiungere il Tax Freedom Day, nel 2012 ne sono serviti 165.

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Le cifre, come al solito, tendono a ballare, ma il dato di fatto resta: se prima il Tax Freedom Day (giorno simbolico in cui il contribuente si libera dal peso fiscale) scattava con regolarità a maggio, quest’anno è scivolato al 12 giugno. L’Italia piange se guarda al suo passato, ma piange anche volgendo lo sguardo oltre confine: l’Italia è, infatti, al primo posto in Europa nel cosiddetto ‘total tax rate’ (somma delle imposte sul lavoro, sui redditi d’impresa e sui consumi), con un 68,3% che ci vede quasi doppiare i livelli di Spagna e Regno Unito e ci colloca ben oltre quello della Germania (46,8%). Non solo, perché deteniamo il livello più alto quanto a numero di ore necessarie per adempiere agli obblighi fiscali (269), due volte e mezzo il Regno Unito, il doppio dei paesi nordici (Svezia, Olanda e Danimarca) e della Francia, un terzo in più rispetto al Germania. Infine, siamo in coda, fra i paesi Ocse, nella graduatoria di efficienza della Pubblica Amministrazione, con un valore (0,4) pari a un quarto di quello misurato per la Germania e il Regno Unito.

Alla fine devono essersene accorti anche i politici che, su questa strada, si viaggia dritto verso il disastro, come chiarito da Confesercenti: “Comparando il nostro peso fiscale con gli altri Paesi emerge l’insostenibilità di quello italiano. L’abbassamento della pressione fiscale è più’ che mai una priorità che non può essere risolta con qualche misura tampone. Le risorse vanno trovate tagliando la spesa pubblica. L’ha certificato, da ultimo, lo stesso Governo, con il recente Documento di economia e finanza: il nostro è il Paese delle tasse, delle troppe tasse. Abbiamo appena segnato il record della pressione fiscale, con il 44% del 2012, e già siamo pronti a superarlo di slancio con l’ulteriore aumento atteso per il 2013 (44,4%). E il futuro, sempre stando alle valutazioni ufficiali, non promette nulla di buono: le previsioni ‘tendenziali’ (quelle che diventeranno realtà se non si fara’ nulla) ci dicono che la maledizione del 44% ci accompagnerà almeno fino al 2017″. Se e come ci arriveremo al 2017.

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