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Il governo Letta verso pensioni e lavoro

letta-pensioni-lavoroLavoro e pensioni sono i due ostacoli più importanti sulla strada del governo Letta: da un lato la necessità di rilanciare l’economia nazionale arginando la disoccupazione (soprattutto quella giovanile) e dall’altro la necessità di rivedere il sistema previdenziale abbattendo la spesa pensionistica. Due percorsi che viaggiano in maniera parallela, e che sono stati peraltro rivisti meno di un anno fa dalla tanto discussa riforma Fornero. La prospettiva più concreta sembra puntare a una revisione proprio della riforma del lavoro e delle pensioni voluta dal precedente governo, rilanciando l’esperienza della ‘staffetta generazionale‘ per integrare la questione dei giovani e dei lavoratori prossimi alla pensione. Non si tratta di una novità visto che già in passato si è tentata questa strada, con scarsi risultati.

Cosa cambia nel 2013? Potrebbe funzionare questa volta il patto di solidarietà tra generazioni?

I più ritengono che la riforma Fornero andrebbe cancellata e riscritta da zero, ma il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, fin da principio ha sottolineato la necessità di “modifiche limitate puntuali per favorire l’occupazione in questa fase congiunturale“. Cosa succederà in concreto? “Bisogna essere estremamente attenti a toccare una riforma che sta finalmente producendo una serie di effetti voluti perchè l’instabilità normativa non è amata dagli investitori. Stiamo lavorando su un pacchetto delle migliori pratiche europee e valutando le proposte che sono state fatte in passato“. Semplificazione burocratica per le aziende, incentivi per le assunzioni e progressivo abbattimento del precariato devono essere le parole d’ordine, ma fino ad oggi il governo Letta è stato piuttosto fumoso sul come metterle in pratica.

Nello specifico, il progetto dell’esecutivo dovrebbe portare al “superamento del precariato nella Pubblica Amministrazione, a un Fisco amico nell’ambito dei contributi del lavoro e pensionistici, a una revisione del welfare, alla staffetta generazionale e a politiche contro la povertà“. Tra tutti questi punti, il più interessante è quello della staffetta generazionale. Abbiamo detto che si tratta di una sorta di patto generazionale tra lavoratori giovani e anziani, ma come funziona esattamente? Il sistema prevede che un lavoratore prossimo alla pensione accetti una riduzione del proprio orario di lavoro fino al pensionamento (da 1 a 5 anni), consentendo così all’azienda di assumere un giovane con un contratto part-time che completi la quota di ore residua, fino a sostituire poi la posizione lasciata libera dal lavoratore in uscita.

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Questo tipo di operazione, sulla carta efficace e ricco di vantaggi per tutte le parti in causa, presenta diverse criticità: innanzitutto si tratta di un intervento costoso per l’azienda, che si ritrova a dovere considerare 2 lavoratori al posto di uno, soprattutto in riferimento ai contributi (che per l’anziano non possono essere decurtati insieme allo stipendio, per evitare un assegno pensionistico più leggero). Lo Stato dovrà quindi proporre una serie di incentivi per spingere le aziende ad adottare questo tipo di soluzione ed eliminare i contratti più vantaggiosi dal loro punto di vista (dallo stage al tirocinio passando per il progetto). Infine bisognerà convincere i lavoratori anziani ad accettare un taglio di ore e di stipendio per tutto il periodo che li accompagna alla pensione, cosa non facile in periodo di recessione economica. Da questo punto di vista trova terreno fertile l’opinione di chi ritiene che la staffetta generazionale possa funzionare solo nel caso di passaggio di consegne tra padre e figlio, cosa che peraltro già avviene in molte realtà industriali.

Detto delle criticità, bisogna capire quale potrebbe essere la soluzione per non trasformare questa innovazione in carta morta. Il problema principale è proprio rendere più allettante per un senior lasciare spazio ai giovani, perché così come è impostata la riforma sembra troppo centrata sui giovani in ingresso. Il lavoratore esperto da un lato si vede costretto ad andare in pensione sempre più tardi per effetto della riforma Fornero e dall’altra deve anche rinunciare ad una parte del suo stipendio per effetto della riduzione di orario. Il tutto per cosa? Per la conferma di un trattamento pensionistico pari a quello del full-time che già aveva. La soluzione potrebbe essere un incentivo sull’assegno previdenziale? Forse, o forse si potrebbe prendere spunto dalla Francia.

L’esperimento di staffetta generazionale è già andato in scena Oltralpe, ma più che di sostituzione si trattava di affiancamento. Il contrat de génération è utile non solo per inserire un giovane e ridurre così la disoccupazione, ma anche per effettuare un vero e proprio passaggio di consegne in cui il neo-assunto può avvalersi della consulenza del lavoratore esperto per specializzarsi nella posizione. In pratica giovane e senior si trovano a lavorare insieme (senza riduzione di orario) per il periodo che accompagna il secondo alla pensione: i costi per le aziende (doppio stipendio) vengono in parte sostenuti dallo Stato attraverso un aiuto finanziario diretto alle piccole medie aziende. Un compromesso costoso ma che ha reso pacifica la convivenza tra le diverse generazioni, a differenza di quanto potrebbe accadere in Italia. Anche da noi i politici devono rendersi conto che, ormai, disoccupazione giovanile e pensioni sono due temi che vanno affrontati a braccetto perché altrimenti si tratterà sempre di toppe e mai di soluzioni efficaci.

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