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Il governo Letta studia come risolvere la disoccupazione giovanile

disoccupazione-lavoroIl governo Letta si è presentato con una road map piuttosto ambiziosa, aperta da un annuncio che profuma di sfida: 100 mila giovani disoccupati in meno come priorità assoluta da ottenere nel minor tempo possibile. La disoccupazione giovanile, che ha raggiunto livelli record nel corso dell’ultimo anno, è forse il problema più scottante sul tavolo del nuovo esecutivo. Un problema acuito invece che sanato dalla riforma Fornero voluta dal precedente governo Monti, con buona pace di quei politici che ancora trovano il coraggio di parlare di ‘bamboccioni’. Se le aziende non assumo (anzi, licenziano) e le forze lavoro fresche e creative si ritrovano in mezzo a una strada, quali possono essere le soluzioni? Letta e i suoi starebbero pensando a un progetto ambizioso, che passa da sgravi fiscali, staffetta generazionale e revisione dell’attuale legislazione sul lavoro.

Prima di entrare nel merito delle proposte, facciamo parlare i numeri: allo stato attuale, il 38.4% dei giovani attivi (ovvero alla ricerca di un lavoro e quindi non inoccupati) in Italia è senza lavoro, una percentuale record che fotografa in pieno la fase di recessione in cui ci troviamo. Il governo Letta vorrebbe ridurre questo bacino di disoccupati di 100 mila unità, che corrisponde più o meno all’8% del totale, il che porterebbe a un tasso di disoccupazione giovanile del 30% circa. Siamo sempre a livelli di guardia, ma comunque ben al di sotto delle più nefaste previsioni degli analisti economici. Sulla carta di tratta, come detto, di un piano ambizioso, appoggiato da tutte le forze politiche e benedetto persino da Barack Obama, ma il vero problema è capire quali strumenti mettere in campo per passare ai fatti concreti.

Staffetta generazionale
Un aiuto importante potrà arrivare dall’Unione Europea, visto che il problema della generazione senza lavoro (parliamo soprattutto degli under-24) riguarda non solo l’Italia ma tutta, o quasi, l’area euro. Fare affidamento solo su eventuali fondi comunitari, però, equivale a condannare ogni sforzo all’insuccesso; le risorse per finanziare la riforma vanno trovati all’interno, tagliando gli sprechi e rivedendo le regole del gioco. E’ proprio qui che sta cercando di focalizzare l’attenzione il ministero del lavoro, magari prendendo spunto da esperienze dei nostri ‘cugini’. E’ il caso, ad esempio, della staffetta generazionale, un progetto interessanti ma dai costi tutt’altro che irrilevanti. Si tratta di una vera e propria staffetta tra un lavoratore senior e uno giovane, secondo cui il primo accetta una riduzione del proprio orario di lavoro fino al pensionamento consentendo all’azienda di assumere un giovane con un contratto part-time, il quale poi verrà integrato nella posizione vacante dopo il pensionamento.

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Un sistema interessante, ma che prevede due problemi: innanzitutto sostenere i costi aiutando le aziende con fondi statali, visto che si troverebbero a gestire due lavoratori dal punto di vista previdenziale (il senior vedrebbe decurtato lo stipendio ma non i contributi per non impoverire la sua pensione); in secondo luogo convincere i lavoratori più anziani ad accettare un taglio di orario e stipendio senza dargli nulla in cambio (se non la stessa pensione che comunque avrebbero preso lavorando full-time). La solidarietà tra senior e giovani non può essere la sola molla che muove il meccanismo, altrimenti il fallimento è inevitabile.

Revisione dei contratti e sgravi fiscali
La staffetta generazionale rientra a pieno titolo nel novero delle soluzioni più costose, ma al vaglio del governo ci sono interventi anche molto meno costosi, almeno sul breve termine. Tra questi vale la pena citare almeno le correzioni ai contratti a termine come configurati dalla precedente riforma Fornero. I contratti a termine sono oggi la strada più utilizzata per inserire i giovani nel mercato del lavoro (più del 70% del totale). In particolare, il nodo da sciogliere riguarda l’intervallo temporale tra un rinnovo e un altro del contratto a tempo determinato, allungato per volontà della Fornero.

La legge oggi stabilisce che, per il rinnovo del contratto con una durata fino a sei mesi, debbano passare due mesi anziché dieci giorni come prima, mentre per i contratti con una durata superiore debbano trascorrere tre mesi anziché venti giorni. Questo serviva a incentivare l’apprendistato, ma i risultati sono stati del tutto opposti, così oggi sindacati e industriali vogliono tornare indietro ai vecchi intervalli. Non dovrebbero esserci problemi, inoltre, sulla possibilità di estendere a un anno la possibilità di non indicare la causa per la stipula di un contratto a termine, ora limitata al solo primo contratto con durata massima di dodici mesi. Infine, potrebbe esserci anche la cancellazione dell’aggravio contributivo dell’1,4% dovuto dalle imprese sui contratti a termine e destinato a finanziare la nuova Aspi.

Ipotesi a basso costo, la soluzione al momento più concreta al contrario degli sgravi fiscali per le aziende che assumono, una richiesta che da anni Confindustria porta avanti con scarso successo. Di fatto, però, il ministro Giovannini ha frenato sull’ipotesi di ridurre il costo del lavoro per i giovani assunti. I costi sarebbero di molto superiori ai benefici, e il ministro ha citato gli studi fatti all’estero sugli effetti della decontribuzione e defiscalizzazione, che “ci dicono che devono realizzarsi diverse condizioni perché abbiano effetto”. L’Italia non sarebbe nella condizione ideale per attuare una politica del genere e, anche in virtù delle casse che piangono, “non è detto che in questa fase economica questa sia necessariamente una priorità”. Senza contare che questo impianto di riforme eventuali dovrà tenere conto anche e soprattutto di una (ennesima) revisione del sistema previdenziale.

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