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Cos’è lo spread finanziario

spreadSpread, una parola che ha accompagnato la vita degli italiani negli ultimi due anni, fin da quando, appena insediato, il governo Monti ha dovuto fare i conti con il confronto impietoso con la Germania. A quei tempi si parlava di uno spread record (fino quasi a 600) e di un’Italia sull’orlo del baratro finanziario.
Comparso apparentemente dal nulla, lo spread non è però un fenomeno nuovo nel mercato e regola da dietro le quinte i rapporti di forza tra le economie dei diversi Paesi. Peccato solo che nessuno si sia assunto il compito di spiegare ai cittadini in parole semplici cos’è lo spread, con il risultato che ancora oggi c’è chi lo vede come la causa di tutti i mali e chi invece pensa si tratti solo di uno specchietto per le allodole.

Cos’è lo spread?

Partiamo con il dire che il termine spread (che, tradotto in italiano, significa ‘differenziale‘) non ha un significato univoco e viene utilizzato in settori molto diversi come il mercato degli investimenti e quello del credito al consumatore (spread dei mutui, influenzato dall’andamento generale del mercato creditizio nazionale). Noi prenderemo in considerazione il primo caso, il credit spread, che sta a rappresentare il differenziale che passa tra il tasso di rendimento di un’obbligazione e quello di un altro titolo preso a riferimento. Quanto accaduto all’economia europea in questi anni riguarda proprio questa sfera: da un lato c’era (e continua ad esserci) il Bund tedesco, ‘unità di misura’ e benchmark della solidità di un mercato, e dall’altro le obbligazioni con stessa scadenza degli altri Paesi, ad esempio il Btp italiano, in affannosa rincorsa per non perdere terreno nei confronti della pietra di paragone.

Per chiarire con un esempio pratico, se un Btp (Buono del Tesoro Poliennale) con una determinata scadenza (sempre superiore all’anno per sua natura) ha un rendimento atteso del 6% e, di contro, un Bund tedesco con stessa scadenza ha un rendimento del 2%, allora lo spread tra le due obbligazioni sarà dato dalla differenza tra i due rendimenti: 6 – 2 = 4, ovvero 400 punti base di spread. Dato che il rendimento atteso o richiesto è segno della fiducia degli investitori nei confronti di un dato mercato, maggiore sarà la percentuale di rendimento e minore sarà la tenuta economica presunta del Paese emittente. Per riuscire a piazzare i propri titoli ed attirare investitori, insomma, lo Stato in questione deve promettere tassi di rendimento più alti, ma questo gioco può trasformarsi in un’arma a doppio taglio.

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Questo perché lo spread è utilizzato in maniera indiretta come misura del rischio finanziario associato all’investimento nei titoli, cioè nel recupero del credito da parte dell’investitore: più si alza il tasso di rendimento rispetto alle obbligazioni degli altri Paesi e, in correlazione diretta, più si allarga la forbice dello spread. Lo spread indica al mercato il rating, ovvero l’affidabilità dell’emittente, perché maggiore è lo spread e maggiore è il rischio insolvenza. L’Italia di fine 2011 era in condizione critica proprio perché considerata inaffidabile, motivo per cui lo spread con il Bund era alle stelle. Un Paese come la Germania può, infatti, permettersi rendimenti più bassi proprio perché gli investitori sono sicuri di riavere i propri soldi e quindi c’è meno azzardo a investire in una economia solida.

Volendo semplificare al massimo, possiamo dire che è un po’ la stessa filosofia della scommessa calcistica: la squadra prima in classifica che gioca in casa contro l’ultima avrà una quota per la vittoria più bassa perché più basso è il rischio nell’investimento. L’investitore avrà quindi meno margine di guadagno ma la quasi certezza di riavere il capitale investito. Per chiudere il cerchio, chiariamo ancora che quanto maggiore è lo spread, tanto maggiore è il rischio connesso all’acquisto dei titoli di quel Paese. Nel medio e lungo termine, una situazione di spread dei titoli di Stato a livelli di allerta è molto rischioso, perché può portare alla bancarotta (o default) o alla necessità di misure drastiche in sede di politica di bilancio con riduzione della spesa pubblica e aumento della tassazione.

Il risanamento è un vortice pericoloso, come abbiamo imparato sulla nostra pelle negli ultimi 12 mesi, con il crollo del reddito delle famiglie e della domanda, la contrazione degli investimenti e del credito alle imprese e, in definitiva, con la recessione economica. Ecco perché, nonostante oggi lo spread non sia più a livelli d’allerta, la ripresa stenta ad arrivare in un Paese troppo provato da errori altrui e da giochi che non capisce.

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